Bonus ristrutturazione 2026: le aliquote sono scese, ma conviene ancora ristrutturare casa?

Nel 2026 il bonus ristrutturazione scende al 36% (prima casa) e al 30% (altri immobili): come funziona la detrazione, cosa rientra e quando conviene davvero.

Bonus ristrutturazione 2026: le aliquote sono scese, ma conviene ancora ristrutturare casa?

A giugno, mentre chiedevi un preventivo per rifare il bagno, l'impresa ti ha detto una frase che ti ha lasciato perplesso: «Con il bonus di quest'anno recuperi meno di quanto pensavi». Non è un modo per venderti qualcosa in più: è vero, e nessuno te l'ha spiegato bene. Dal 1° gennaio 2026 le aliquote della detrazione per ristrutturazioni edilizie sono cambiate di nuovo, e chi ha rimandato i lavori sperando nel 50% del 2024 sta scoprendo un conto diverso da quello che immaginava.

Cosa è cambiato rispetto agli anni scorsi

Il bonus ristrutturazioni (tecnicamente la detrazione per il recupero del patrimonio edilizio, articolo 16-bis del Testo Unico delle Imposte sui Redditi) non è mai stato una misura fissa: la Legge di Bilancio lo ritocca quasi ogni anno. Fino al 2024 l'aliquota era al 50% per tutti, indipendentemente dall'immobile. La Legge di Bilancio 2025 ha introdotto una distinzione che oggi, nel 2026, pesa parecchio: il 36% se i lavori riguardano l'abitazione principale, il 30% per le seconde case, i box auto non pertinenziali o gli immobili dati in affitto. Il tetto di spesa resta invariato, 96.000 euro per unità immobiliare, ma è proprio l'aliquota a fare la differenza tra un conto che torna e uno che delude.

Chi possiede una casa vacanza in Liguria o in Trentino, per intenderci, oggi recupera il 30% e non il 36%: su una spesa di 40.000 euro sono 12.000 euro invece di 14.400. Non è un dettaglio, è la cifra che decide se ristrutturare il tetto quest'estate o rimandare all'anno prossimo.

Come funziona davvero la detrazione, passo dopo passo

La detrazione non arriva come un bonifico in un colpo solo: viene spalmata in dieci quote annuali di pari importo, scalate dall'IRPEF dovuta nella dichiarazione dei redditi (modello 730 o Redditi Persone Fisiche). Se hai speso 40.000 euro con aliquota al 36%, significa 14.400 euro totali divisi in dieci rate da 1.440 euro l'anno: un aiuto reale, ma diluito nel tempo, non un incasso immediato che ripaga subito il mutuo o il prestito fatto per i lavori.

Per avere diritto alla detrazione, il pagamento deve avvenire tramite bonifico parlante, cioè il bonifico bancario o postale dedicato a queste agevolazioni, con causale che citi la norma di riferimento, il codice fiscale di chi richiede la detrazione e la partita IVA dell'impresa. Se paghi in contanti, con assegno o con un bonifico ordinario senza questa dicitura, l'Agenzia delle Entrate può negare tutto il beneficio, anche se la ristrutturazione è stata fatta a regola d'arte. È l'errore più banale e più costoso di tutto il percorso, e succede più spesso di quanto si pensi con artigiani piccoli, abituati a farsi pagare in modo informale.

Cosa rientra nel bonus

  • Manutenzione straordinaria su singole unità immobiliari (rifacimento bagni, impianti elettrici e idraulici, sostituzione infissi)
  • Ristrutturazione edilizia vera e propria, comprese demolizioni e ricostruzioni con stessa volumetria
  • Eliminazione delle barriere architettoniche, anche minori (rampe, ascensori interni, servoscala)
  • Interventi antisismici di lieve entità e opere di messa in sicurezza statica
  • Bonifica dall'amianto e interventi contro l'inquinamento acustico

Non rientra invece l'arredamento in sé, per cui esiste una misura collegata ma distinta, il cosiddetto bonus mobili: detrazione del 50% su un tetto di spesa che la Legge di Bilancio conferma (o riduce) di anno in anno, valida solo se agganciata a una ristrutturazione già avviata con il bonus principale. Prima di comprare il divano nuovo pensando di scaricarlo, conviene verificare sul sito dell'Agenzia delle Entrate se per il 2026 è stato confermato e con quale importo massimo, perché non è affatto scontato che resti identico all'anno prima.

Bonus ristrutturazione, ecobonus e sismabonus: non sono la stessa cosa

Un errore comune è pensare che esista un unico bonus casa che copre tutto. In realtà convivono tre misure con regole proprie: il bonus ristrutturazioni di cui parliamo qui (recupero edilizio in senso ampio), l'ecobonus per interventi che migliorano in modo certificato l'efficienza energetica — con aliquote e tetti di spesa diversi, spesso più alti per interventi come il cappotto termico condominiale — e il sismabonus per la messa in sicurezza sismica in zone a rischio, che nelle zone 1 e 2 può arrivare ad aliquote più generose rispetto al bonus ordinario. Un rifacimento completo, ad esempio bagno più caldaia più infissi, spesso finisce per rientrare in due misure diverse nella stessa fattura: motivo in più per farsi fare un preventivo con la voce fiscale già suddivisa intervento per intervento, non un totale unico.

Il nodo cessione del credito e sconto in fattura

Chi ha ristrutturato con il Superbonus si ricorderà bene della cessione del credito e dello sconto in fattura: strumenti che permettevano di non anticipare i soldi. Per il bonus ristrutturazioni ordinario, dal decreto legge 11/2023 queste due strade sono chiuse nella quasi totalità dei casi. Restano aperte solo eccezioni molto specifiche, legate a interventi per il superamento delle barriere architettoniche entro certi limiti di reddito e ad alcune situazioni di edilizia libera già avviate prima delle restrizioni. Per il resto, chi ristruttura oggi deve mettere in conto di anticipare l'intero importo e recuperarlo solo con le dichiarazioni dei redditi dei dieci anni successivi.

Un esempio di calcolo, con numeri veri

Immagina una coppia che nel 2026 rifà bagno e impianto elettrico nella propria abitazione principale a Bologna, per una spesa complessiva di 35.000 euro, pagata con tre bonifici parlanti distinti man mano che avanzano i lavori. Aliquota applicabile: 36%, perché è la prima casa. Detrazione totale: 12.600 euro. Divisa in dieci quote annuali: 1.260 euro l'anno, da scalare dall'IRPEF di entrambi se l'intestazione delle fatture e la titolarità dell'immobile lo permettono, dividendo la detrazione tra i due secondo le rispettive quote di spesa sostenuta.

Cambia poco, ma cambia: se la stessa coppia avesse gli stessi lavori su una casa di famiglia non abitata abitualmente, l'aliquota scenderebbe al 30% e la detrazione totale a 10.500 euro, cioè 1.050 euro l'anno. Duemiladuecento euro di differenza sui dieci anni, solo perché cambia la destinazione dell'immobile: vale la pena controllare bene, prima di firmare il preventivo, in quale categoria rientra la casa su cui si interviene.

Scadenze e documenti da non perdere

Se i lavori toccano anche l'efficienza energetica — sostituzione di caldaia, infissi, cappotto — scatta un obbligo aggiuntivo: la comunicazione all'ENEA entro 90 giorni dalla fine dei lavori, tramite il portale dedicato. Chi se ne dimentica non perde necessariamente il bonus ristrutturazioni, ma rischia di perdere l'eventuale ecobonus collegato, che segue regole proprie. Conserva poi fatture, bonifici parlanti e, se richiesta dal Comune, la documentazione edilizia (CILA o SCIA) per l'intera durata della detrazione: l'Agenzia delle Entrate può chiedere di esibirli anche a distanza di anni, non solo nell'anno in cui presenti la dichiarazione.

Quando il bonus non conviene davvero

C'è però un aspetto che raramente viene detto chiaramente: la detrazione serve a chi ha una capienza fiscale sufficiente, cioè un'IRPEF lorda abbastanza alta da assorbire la quota annuale. Un pensionato con un reddito basso, o un lavoratore con detrazioni già alte per altri motivi (familiari a carico, altri bonus edilizi in corso), può ritrovarsi con una quota che l'imposta dovuta non riesce a coprire per intero — e quella parte, semplicemente, va persa, perché il credito non è cedibile. Facciamo un caso concreto: un pensionato con un'IRPEF lorda annua di 900 euro e una quota di detrazione da 1.260 euro si vede riconosciuti solo i primi 900 euro, ogni anno, per dieci anni; i restanti 360 euro annuali non tornano indietro in nessuna forma. In questi casi, prima di firmare il contratto con l'impresa, conviene chiedere a un commercialista o a un CAF una simulazione della propria capienza fiscale sui prossimi dieci anni: è un controllo che costa un appuntamento e può evitare una brutta sorpresa.

C'è anche una ricaduta meno discussa, che riguarda chi guarda alla casa come investimento: un immobile ristrutturato con permessi in regola e fatture tracciate vale di più anche al momento della rivendita, perché chi compra può verificare lo stato degli impianti e, in alcuni casi, subentrare nelle quote di detrazione residue se l'atto di vendita lo prevede espressamente. Sui portali immobiliari italiani, un annuncio che specifica «ristrutturato nel 2026 con bonus fiscale documentato» attira più contatti di uno che si limita a scrivere «ristrutturato di recente»: la documentazione fiscale, in questo senso, è anche un argomento di vendita.

Cosa fare prima di iniziare i lavori

Tre cose, in ordine. Primo: verifica con chi firma il preventivo se accetta il bonifico parlante come unica modalità di pagamento riconosciuta — alcune imprese, soprattutto le più piccole, preferiscono altre forme e vanno convinte o cambiate. Secondo: calcola con un professionista la tua capienza fiscale reale, non quella teorica basata sullo stipendio lordo. Terzo: se l'intervento riguarda anche l'efficienza energetica, segna in agenda la scadenza dei 90 giorni per l'ENEA il giorno stesso in cui i lavori finiscono, non quando te lo ricordi per caso mesi dopo. Il bonus ristrutturazione nel 2026 resta un aiuto concreto, ma solo per chi arriva preparato al bonifico, non per chi lo scopre dopo aver già pagato in contanti.